Commento al libro La dimora del viandante

Qui di seguito riporto alcune note al commento al mio libro La dimora del viandante del filosofo Giorgio Giacometti. Per le tesi sostenute da Giorgio Giacometti vedi http://www.platon.it/teoria/2016/08/27/in-principio-era-la-relazione/

Caro Giorgio,

intanto ti ringrazio per l’esteso commento al mio libro “La dimora del viandante”.

Ti scrivo queste righe per partecipare al dialogo da te avviato ed anche perché devo ammettere di essermi riconosciuto solo a tratti in quello che tu hai scritto. Cercherò quindi di chiarire alcuni punti della mia posizione, tra i quali in particolare la questione del tempo e del principio di non contraddizione anche da te segnalati come punti critici sui i quali è importante continuare a riflettere.

Come hai giustamente fatto notare l’interesse che si mostra nel libro è sicuramente, in primo luogo, di carattere teoretico e non storiografico. I riferimenti alla storia della filosofia sono funzionali alla ricerca teoretica.

Ciò non toglie che anche i riferimenti storiografici esposti abbiano varie pezze giustificative.
Che l’interesse sia teoretico significa che nel libro si espone una visione della realtà e del possibile che, pur avendo alcuni punti di contatto con altri autori, è l’esito di una ricerca profondamente personale.
Heidegger viene spesso citato nel testo non tanto per le risposte da lui date, risposte che, a mio avviso, presentano su alcuni aspetti forti limiti, quanto per la profondità delle domande che fu in grado di porsi.
La mia ricerca da un certo punto di vista è molto semplice e parte da alcune domande anch’esse tutto sommato semplici.
Ciascuno di noi crede a questo, a quello, da importanza ad una cosa piuttosto che ad un’altra, vi è l’imporsi a ciascuno di qualcosa (una supposta verità, una convinzione, una percezione ..) ma cosa caratterizza l’imporsi in quanto tale?
Da qui sorge poi la domanda successiva: quali sono le condizioni di possibilità di un evento in generale?
È dalla ricerca di risposte a queste semplici domande che si giunge alla consapevolezza che all’”origine” c’è la relazione, ma non solo la relazione, anche i poli della relazione vale a dire il qualcosa che si da a una qualche struttura percettivo/interpretativa, ed anche lo sfondo da cui quel qualunque qualcosa si staglia per la struttura percettivo/interpretativa. Si da quindi la molteplicità e la molteplicità delle relazioni, e quindi le determinatazze e lo spazio e il tempo e, sin da subito la differenza tra esistenza ed Essere, qui inteso come la dimensione comunicativa più ampia, come il più ampio tenere insieme, al di là delle possibili contrapposizioni delle realtà determinate.
Si parla qui di condizioni di possibilità dell’evento in quanto tale e quindi di elementi sempre presenti in ogni evento qualunque, anche immaginato. È in quanto si tratta di condizioni di possibilità che si rimandano l’un l’altra e sempre presenti che si può parlare di una struttura essenziale.
Una sorta di intelaiatura astratta per ogni e qualsiasi evento. È evidente che la struttura astratta non è sufficiente per spiegare un’esistenza concreta storicamente determinatasi che risulta da una rete di relazioni concrete anch’esse sviluppatesi nel tempo e tuttavia, quella struttura, ci può dire tantissimo circa chi siamo perché vincola il divenire ed implica una tensione di fondo che alimenta una spinta evolutiva. Per questa struttura si può dire, fra l’altro, e ad esempio, che potremmo non vederci limitati e confinati solo ed esclusivamente nei limiti delle nostre determinatezze storiche che pur ci caratterizzano. Ora quando si parla di struttura percettivo/interpretativa si sta parlando di qualunque tipo di esistenza anche se è l’uomo che ne parla. Perché l’uomo può vedersi come esito di un processo che per alcune situazioni concrete e storicamente determinatesi lo ha portato ha sviluppare questa sua capacità di riflettere su stesso e sul mondo. Non è escluso, anzi è piuttosto probabile, che vi siano nell’universo altre esistenze che abbiano sviluppato un’analoga capacità riflessiva. Si potrebbe dire che nell’uomo o in esistenze che abbiano capacità riflessive simili all’uomo sia anche la natura inanimata e l’intero universo che in qualche modo riflette su se stesso. In questa capacità riflessiva ha sicuramente un ruolo il linguaggio, anch’esso storicamente determinatosi, che implica la capacità concreta di poter far riflettere su se stesso oltre che sul mondo di cui può parlare.
Con questa attenzione ai processi evolutivi e alle situazioni concrete storicamente determinatesi, nel libro si parla di processi di temporalizzione, spazializzazione, individualizzazione che spiegano la possibilità, insieme alle condizioni storico-locali concrete, che dall’individualità, temporalità, spazialità embrionali di particelle elementari si possa giungere alla coscienza umana.
La concostitutività di esistenza ed Essere e quindi di Essere e tempo è dimostrata dal fatto che se non fosse potenzialmente per un qualche esistente riflessivo che come detto emerge solo nel tempo, l’Essere non sarebbe quell’oggetto di un pensiero in comune che può essere e che mette in risalto, rendendola argomento di attenzione, quella dimensione di massima comunicazione per l’esistenza che l’Essere è e sempre sarà. Come, viceversa, senza quella dimensione di più ampia comunicazione che l’Essere è da sempre e sempre sarà, l’esistenza non avrebbe mai potuto raggiungere con l’esistenza umana o esistenze da questo punto di vista analoghe, i livelli di riflessività da essa raggiunti. Del resto, come si cerca di dimostrare nel libro, il nesso di esistenza ed Essere è inscindibile (al di là della consapevolezza che se ne possa avere) e strutturalmente e logicamente vincolante. Quindi l’Essere e l’esistenza in quanto tale si concostituiscono. E l’esistenza in quanto tale implica il tempo e lo spazio (anche se eventualmente embrionali) e quindi Essere ed esistenza e quindi tempo (e spazio) fanno parte della medesima struttura essenziale.
Non è quindi questione di doversi affidare all’intuizione, perché già il nostro linguaggio ed una razionalità sufficientemente profonda può parlare dell’Essere ed anzi deve parlare dell’Essere perché diversamente nessuno ne parlerebbe. Potremmo dire che è l’Essere stesso che ci spinge a parlarne, ma anche, ed è lo stesso, la profondità della nostra stessa esistenza.
L’oblio dell’Essere, in realtà, sta tutto qui in un’attenzione diffusa e prevalente solo a ciò che è determinato e che si offre in sempre nuove fogge.
Che la tradizione fondamentale della filosofia occidentale, come dici tu, che da Platone passa per Plotino, Giordano Bruno, Cusano, Schelling … rimandi per lo meno all’intuizione dell’Essere, se è vero, come probabilmente è vero, la dice lunga, visto lo stato attuale del pensiero diffuso, su quanto questa tradizione non sia stata in grado di comunicare, forse perché troppo presa da un’intuizione incomunicabile.
Ciò che è prevalso, ammettiamo pure (anche se francamente non ne sono per niente convinto) per un’incapacità di leggere la supposta profondità del pensiero greco, è il prevalere di uno sguardo deterministico perso nei dettagli di un mondo sempre pronto a sfornare nuove sfavillanti attrattive per uomini sempre più disorientati e svuotati di senso.
Per quanto riguarda il principio di non contraddizione ho segnalato nel libro, come tu giustamente hai riportato, che la sua è una validità di carattere approssimativo perché, se preso alla lettera, esprime una concezione del tempo, che lo considera costituito da istanti infinitesimi in una sequenza lineare in analogia con i punti di una retta. Una concezione del tempo semplicemente errata.
Che poi il principio di non contraddizione possa diventare, proprio perché interpretabile in quel modo errato, un pilastro su cui erigere argomentazioni fallaci lo dimostra la sua applicazione proprio alla cosiddetta Consequentia Mirabilis, che è un’argomentazione mirabilmente sofistica (ironia della sorte), e di cui si possono rilevare tracce nei dialoghi di Platone e in Aristotele.
Cartesio ne fa poi, come si ricorda nel libro, la base per la ricerca di affermazioni indubitabili, perché, se si dice, come uno scettico potrebbe dire, che “ogni affermazione è dubitale” questo sarebbe comunque, ci dice Cartesio, un esempio di affermazione indubitabile.
Mi permetto di riportare dalle pagine 123 e 124 del mio libro per l’importanza della questione: “Questo modo di ragionare apparentemente stringente interpreta però il significato della frase “ogni affermazione è dubitabile” come fosse univoco mentre univoco non è. Questa interpretazione tende ad attribuire alla frase “ogni affermazione è dubitabile”, tra i vari possibili significati, solo quello funzionale all’obiettivo che vuole raggiungere, vale a dire dimostrare l’esistenza di frasi indubitabili. Infatti la frase “ogni affermazione è dubitabile” potrebbe certamente essere l’espressione di un convinto atteggiamento scettico rispetto a qualsiasi verità ma potrebbe anche essere espressione d’altro. Ad esempio potrebbe essere l’espressione di una messa in dubbio generalizzata per nulla convinta di se stessa e quindi disposta ad accogliere frasi indubitabili qualora ve ne fossero, ma soprattutto potrebbe essere l’espressione della consapevolezza del variegato ed infinito imporsi di ciò che si impone agli altri che non sono noi stessi, indipendentemente dal fatto che noi crediamo oppure no in una qualche affermazione indubitabile.”
Perché Cartesio, che era comunque un grande pensatore, non si avvede della natura sofistica di questa argomentazione? Perché è influenzato da una tradizione che interpreta il principio di non contraddizione in modo letterale, interpretazione che tende ad imporre, tra una serie di possibilità, solo due alternative tra di loro escludentesi: o è quello o è questo. Il tutto poi sulla base di una tradizionale tensione verso il raggiungimento di una verità oggettiva assoluta, tradizionalmente incurante del necessario passaggio all’altro di una qualunque supposta verità che non voglia essere solo soggettiva ma voglia essere condivisa.
Per inciso qui entra in gioco la questione del postmoderno, in cui io non mi riconosco, pur essendo stato da te collocato in quell’area. Per me il postmoderno, con le sue verità solo locali e deboli, è il rovescio della medaglia delle tradizionali supposte verità forti. Il postmoderno, col suo relativismo assoluto, rappresenta solo l’esito per sfinimento della tradizionale ricerca di una verità oggettiva assoluta. La cosa a mio avviso non dovrebbe più di tanto meravigliare visto che si tratta di possibilità di posizioni pensiero tra di loro strettamente connesse e già presenti nell’antica Grecia (vedi il dibattito di Platone con i sofisti e la stabilizzazione dottrinale di Aristotele). Posizioni di pensiero entrambe fallaci quando spinte all’eccesso da un desiderio di reciproca esclusione.
Io, ad esempio, credo che i risultati della mia ricerca sulla struttura essenziale esprimano verità forti ma questo non mi impedisce di vedere che sono comunque l’esito di un processo e che proprio per questo devono anche da me essere messe continuamente alla prova ed eventualmente ritrovate. Inoltre vi è il necessario passaggio all’altro di una verità forte che si pensi potenzialmente condivisibile: se una verità è oggettiva anche l’altro la dovrebbe poter ritrovare. Io potrò al massimo testimoniarla, motivarla, esprimerne le ragioni ma non dovrò imporla. Non si fa un buon servizio alla verità pensando di imporla solo con la forza, quand’anche fosse quella di una logica considerata incontrovertibile.
La verità implica un convenire, il giungere, anche da direzioni diverse, nello stesso luogo che, ovviamente, per consentire questo convenire, dovrà essere sufficientemente accogliente.
Ma torniamo alla questione del tempo e del principio di non contraddizione. L’esistenza implica sin da subito una disponibilità ad accogliere che implica una durata. La durata, per quanto minimale, ma non infinitesima, dell’esistenza consente di accogliere le interazioni che sono l’aspetto concreto delle relazioni in cui l’esistente è coinvolto (il famoso e criptico “relazionarsi potente e dipendente”).
Per ogni esistente non esiste l’istante infinitesimo del tempo (che è una costruzione fasulla del pensiero) ma già una durata accogliente.
Scrive Aristotele: “Ci sono alcuni come abbiamo detto, i quali affermano che la stessa cosa può essere e non essere, e, anche, che in questo modo si può pensare. Ragionano in tal modo anche molti dei filosofi naturalisti. Noi, invece, abbiamo stabilito che è impossibile che una cosa, nello stesso tempo, sia e non sia; e, in base a questa impossibilità, abbiamo mostrato che questo è il più sicuro di tutti i principi” [Aristotele, Metafisica]
Possiamo certamente discutere sulle finalità degli scritti degli antichi filosofi, tuttavia, mi sarà consentito di rilevare una certa assertività nel brano appena riportato.
Qui, a mio avviso, ha pienamente ragione Łukasiewicz quando nel suo testo “Del principio di contraddizione di Aristotele” scrive “Con quale facilità ci lasciamo suggestionare da una mente geniale, in virtù delle sue parole decise e proclamate con la massima convinzione! Aristotele affermò categoricamente che il principio di contraddizione è una legge ultima del pensiero e dell’ente; gli hanno creduto quasi tutti e tuttora gli si crede sulla parola”.
Essendo questo un punto delicato e molto importante è opportuno esplicitare ulteriormente quanto già espresso nel libro “La dimora del viandante”.
Il principio di non contraddizione così come formulato da Aristotele sembra lasciar intendere che si possa fissare una cosa al suo essere questo piuttosto che quello fissando una prospettiva puntuale ed un istante del tempo. Ma, intanto, è questo il modo migliore per dire che cosa una cosa sia? La natura ondulatoria della luce si può rilevare, ad esempio, solo osservando gli esiti di un esperimento con le due fenditure per un adeguato lasso di tempo. Quindi il che cosa una cosa sia potrebbe emergere osservando una dinamica nel tempo piuttosto che fissando lo sguardo nell’istante. Mi si dirà che anche Aristotele considera la dinamica ad esempio osservando come una cosa possa passare dalla potenza all’atto. Ma qui si tratta di una dinamica addomesticata da un esito già previsto.
Bisogna piuttosto ragionare su come si costruisca l’immagine di una cosa. L’immagine di una cosa per una struttura percettiva/interpretativa si costruisce per la stabilità nel tempo del polo osservatore (struttura percettiva/interpretativa) e del polo cosa osservata (oggetto percepito/interpretato) e del loro rapporto. L’immagine di una cosa, di quello che è o non è si costruisce nel tempo, con il tener traccia delle varie prospettive e interazioni con la cosa che dal passato e col presente si proietta verso il futuro. Senza il tempo una qualunque cosa non è. Nel solo istante infinitesimo una qualunque cosa non è. Per noi la cosa si costruisce a seguito di processi di spazializzazione, individualizzazione, temporalizzazione e per la configurazione storica e concreta delle reti di relazioni e della nostra struttura percettiva/interpretativa. La cosa si sviluppa per noi nel tempo con la stabilizzazione della rete dei rapporti. Il principio di non contraddizione è un esempio di astrazione fuorviante non conscia del processo che la rende possibile. Che sia possibile avere il concetto dell’istante del tempo come punto singolo e irrelato col passato e il futuro, in cui da un certo punto di vista dire che cosa una cosa sia o non sia, senza aver fatto esperienza e continuare a fare esperienza del tempo come unità di passato, presente e futuro, è impossibile. Il concetto di istante infinitesimo del tempo è un’astrazione non consapevole di ciò che è necessario perché essa abbia luogo, un’astrazione che disconosce la propria origine (così come accade anche per la correlata affermazione A = A, così come tradizionalmente intesa).
Ma si dirà: “una volta concepito il concetto di tempo sarò pur libero di dividere una qualsiasi durata come mi pare e piace?” Sì, certo. Ma dividendo una durata in durate più brevi, avrò sempre una durata: il processo di divisione nella realtà si interrompe ad un certo punto: io come punto di vista cosciente, ho bisogno del tempo come durata per essere quello che sono e per considerare una cosa in quanto cosa.
Non siamo abituati a leggere la realtà sulla base dei nessi concreti che essa esprime. Dobbiamo abituarci a tenere presente il risultato con i nessi essenziali che l’hanno reso possibile. Dobbiamo abituarci a tenere presenti i nessi di potenza e dipendenza. Considerare falsa questa considerazione sul principio di non contraddizione applicando ad essa l’affermazione: “ma allora, ex falso quodlibet” è solo la dimostrazione di quanto radicate possono essere certe errate convinzioni (si vuol far intendere: o è così o altrimenti salta tutto perché varrebbe qualunque cosa!). Tra l’altro la frase ex falso quodlibet” è piuttosto debole visto che il falso è tale rispetto a qualcosa ed ha delle implicazioni. Come ogni cosa anche il falso ha una provenienza e va verso: ogni cosa, anche la più astratta, è nel tempo. La stessa falsità del principio di non contraddizione come tradizionalmente inteso ha conseguenze indirizzate in una certa direzione, fra le quali, come segnalato nel libro, una certa tendenza ad escludere l’altro nella costituzione dell’oggetto stesso. Il superamento del principio di non contraddizione, così come tradizionalmente inteso, non implica, come prospettato, che allora varrebbe qualunque cosa perché il superamento può contemplare che continuino ad esserci configurazioni storico locali e relazioni preferenziali rispetto a tutte le relazioni possibili che continuerebbero a conferire una relativa stabilità al qualunque oggetto considerato. Invece di rincorrere una qualche essenza che possa dare stabilità alla cosa, si tratterebbe di coglierne la concreta dinamica nel contesto storico locale in cui la cosa si trovi. Dinamica che comunque sarebbe vincolata alle condizioni di possibilità essenziali di un evento in quanto tale.
Allora vogliamo dire che un “un cerchio è anche un quadrato”, appunto ex falso quodlibet? Non proprio, vogliamo solo dire che per distinguere il cerchio dal quadrato devo tenere insieme le tracce e i saperi che ho raccolto nel tempo circa la costruzione del cerchio e quella del quadrato ed è questo tenere insieme, che è il tenere insieme delle diverse prospettive ed esperienze sviluppate nel tempo, che mi consente ora di distinguerli e di dire che quello è un cerchio e quell’altro un quadrato. Certo, poiché il quadrato si costruisce anche per differenza da ciò che non è e quindi deve anche a ciò che non è quello che è, in questo senso potremmo dire che “c’è un po’ di quadrato anche nel cerchio”. Differire non significa escludere.

 

[Riporto qui di seguito un’ulteriore brano del dibattito:]

Caro Giorgio,

per non spaziare troppo vorrei rimanere sulla questione del principio di non contraddizione.

Il modo in cui espliciti l’operatività concreta del principio di non contraddizione dimostra che non è tanto il principio di non contraddizione così come tradizionalmente formulato a governare una comunicazione sensata tra le persone quanto altri elementi.
Non è perché una cosa è quella che è nell’istante e secondo un punto di vista che allora io ne posso parlare sensatamente con qualcun’altro: l’istante non esiste e quindi non esiste un singolo punto di vista nell’istante e quindi la cosa non è niente nel singolo punto di vista che non può svilupparsi nell’istante. Una comunicazione sensata avviene piuttosto per il fatto che vi è una mia stabilità nel tempo e una stabilità nel tempo della cosa da me osservata ed anche una stabilità nel tempo delle relazioni intessute tra me osservatore e la cosa osservata e di entrambi nel contesto in cui siamo inseriti ed è perché questa stabilità e questo contesto è condiviso da altri esseri umani.
Si può parlare sensatamente ricostruendo la sensatezza di una comunicazione senza far riferimento al principio di non contraddizione ma piuttosto rifacendosi a ciò che concretamente accade e alle condizioni di possibilità di una comunicazione sensata.

Storicamente la formulazione classica del principio di non contraddizione si spiega come tentativo, francamente debole e fuorviante, di eliminare il paradosso che può emergere tra verità soggettiva e verità oggettiva. La tesi sottostante è che si possa arrivare ad un’oggettività e che per arrivarci basti fissare la realtà da un punto di vista e nell’istante del tempo. Ma il singolo punto di vista nell’istante del tempo non esiste e quindi il paradosso non è eliminato.
Tu dici che “se Parmenide, Platone, Aristotele non fossero esistiti, qualcuno avrebbe dovuto inventarli”. Beh, la stessa cosa allora la si dovrebbe dire anche di Protagora e di altri sofisti. Se l’oggettività ha le sue buone ragioni anche il relativismo ha le sue. Il fatto è che entrambe le impostazioni andrebbero superate, essendo due facce della stessa medaglia.
Ma come eliminiamo il paradosso?
Il paradosso non va eliminato e del resto non può essere eliminato. Bisogna stare nel paradosso, viverlo, per cogliere il possibile stare insieme di verità soggettiva e verità oggettiva, di verità individuale e verità comune.

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