Racconto filosofico

L’attesa e il compimento

Aveva visto innumerevoli albe e tramonti con i loro giochi di luci e ombre.

Le cose però si ripetevano in modo ciclico e pur nelle differenze alla fine tutto sembrava uguale.

Ma un giorno il sole, tramontando, fu colpito da qualcosa di diverso. La notte che si avvicinava faceva intravvedere stelle che non gli sembrava d’aver mai visto prima. Ma soprattutto quella notte appariva completamente diversa da tutte le notti precedenti

E allora il sole scendendo disse alla notte che si avvicinava “vieni con me”.

Lei rispose “non posso”. “Forse potrò quando ci incontreremo per caso”.

All’alba, di nuovo, il sole incontrò la notte. Era bellissima.

Le disse “vieni con me”.

Lei rispose “non posso”. “Forse potrò quando ci incontreremo per caso”.

Il sole attese trepidante il tramonto, sperando di poter convincere la notte. Ma la notte che invece vide avvicinarsi era una delle solite notti. E allora attese l’alba e poi il tramonto e poi le albe e i tramonti dei giorni successivi. E poi le albe e i tramonti degli anni successivi. E poi le albe e i tramonti dei secoli e dei millenni successivi. Ma nulla.

Il tempo che passava alimentava ormai il dubbio di non poterla più rivedere. Per un attimo trovò conforto al pensiero che prima o poi si sarebbe spento, confondendosi nella notte. Ma quella era la notte che aveva intravisto mentre era sfolgorante nel cielo e spegnendosi non sarebbe stato più lui. E poi lei non era una notte qualsiasi.

E allora pensò alla frase “Forse potrò quando ci incontreremo per caso”.  Che cosa aveva voluto dire?

Il sole si arrovellò alla ricerca di una risposta.

Ad un tratto si ricordò che nei suoi pochi studi di fisica aveva letto che dopo molti miliardi di anni l’universo si sarebbe ricompattato in una singolarità (così gli pareva venisse chiamata), e un altro universo sarebbe nato dal caso con nuove leggi. Chissà!

E allora di nuovo, con tutta la pazienza possibile, attese nei giorni, nei secoli, nei millenni.

Ma a un certo punto pensò alla singolarità. Lui e la notte erano due. Non se ne sarebbe fatto nulla di una singolarità. E poi si sarebbe spento ben prima di poterci arrivare, anche qualora ci fosse stata. Si vedeva che non era un granché in fisica sennò ci avrebbe pensato prima.

Il sole ebbe un periodo di smarrimento e sconforto. Per lui la notte era un’ossessione. E pensava “Ci vorrebbe un miracolo!” “Ma come si fa a chiedere un miracolo contro ogni regolamento. Chi mi ascolterà?”

Sentì una voce che disse: “Pensa all’eclissi, purché non sia totale”.

Il sole si documentò e scoprì che la più vicina eclissi di sole sarebbe stata da lì a sessant’anni. Poteva solo sperare che in quell’occasione ci sarebbe stata la sua notte.

Avrebbe dovuto ancora attendere. Ma cos’erano ormai sessant’anni rispetto ai miliardi di anni che aveva già aspettato?

Si armò di tutta la pazienza possibile e attese finché il giorno arrivò.

Era un bellissimo giorno di primavera e già tutti i cannocchiali e telescopi del mondo erano puntati verso il sole. Tutti attendevano il fenomeno con eccitazione ed ansia che però nulla erano in confronto all’eccitazione e all’ansia di chi aveva ostinatamente atteso sin quasi dall’eternità.

Tutti guardavano ma nessuno era in grado di vedere cosa stesse realmente accadendo.

La notte si avvicinava al sole. Quanto più si avvicinavano tanto più forte diveniva la forza che li attraeva. Quando furono molto vicini lei disse “scusami ma avevo paura “.

Un attimo dopo, prima di toccarsi, il sole sentì di essere stato proiettato ad una distanza infinita.

Una strana cosa accadde: invece di disperarsi, il sole sentì dentro di sé una forza mai provata prima, nonostante continuasse ad amare quella notte che, ormai, era scomparsa dal suo orizzonte.

 

Tratto da Eugenio Agosta La Dimora del viandante. Tutti i diritti riservati.

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